Italia Nostra chiede chiarezza sulle condizioni del fiume Trigno dopo la revoca delle ordinanze che fino a qualche giorno fa vietavano l’uso per fini potabili dell’acqua nelle marine e zone industriali di Vasto, San Salvo e Montenero di Bisaccia. Il presidente dell’associazione, Davide Aquilano, e il responsabile del settore Ambiente, Michele Celenza, in un comunicato, chiedono di approfondire le ragioni della presenza di 1,2,3-tricloropropano (1,2,3-Tcp) che ha fatto scattare il divieto durato una settimana.

Richiamando quanto affermato dall’ingegnere Gianluigi Torino, responsabile tecnico di Arap Servizi – che aveva parlato di «fulmine a ciel sereno» e della presenza di tracce minime della sostanza dovuta alla movimentazione del fondale, LEGGI – ricostruiscono la storia recente delle acque provenienti da quel tratto di fiume innanzitutto ricordando che l’1,2,3-Tcp «è un contaminante di origine esclusivamente antropica, non rinvenibile in condizioni naturali. È classificato a livello internazionale come sostanza potenzialmente cancerogena ed è caratterizzato da elevata persistenza e mobilità nelle matrici ambientali».
«La revoca del divieto, in assenza di evidenze pubbliche circa la rimozione della sorgente contaminante o la messa in sicurezza della falda, non appare di per sé idonea a escludere la persistenza del rischio – spiegano i due esponenti dell’associazione – Sotto il profilo idrogeologico è noto che in sistemi acquiferi complessi i contaminanti possono permanere in condizioni di equilibrio dinamico, per poi essere rimobilizzati a seguito di variazioni del regime di flusso, emungimenti o perturbazioni meccaniche. Richiamare una generica “movimentazione” quale causa dell’emersione della contaminazione equivale, in termini tecnici, a ammettere che il sistema era già contaminato e che tale condizione non è stata efficacemente intercettata o gestita in via preventiva».

«Da tempo il sito di Pietra Fracida presenta un quadro di vulnerabilità ambientale ben noto alle autorità competenti. Nel gennaio 2013 il rinvenimento di fenoli (sostanze tossiche, corrosive e di origine industriale) aveva già determinato (dopo 7 mesi dal campionamento) il divieto di uso domestico dell’acqua da parte della Regione. Non solo. Nell’agosto 2016, lo stabilimento Laterlite, poco distante dal sito di captazione, è stato oggetto di procedimento ambientale ai sensi del D.Lgs. 152/2006 a seguito del superamento delle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (Csc) nelle acque sotterranee sia di contaminanti inorganici (solfati, ferro, manganese, nichel) che di composti organo-clorurati (1,2 dicloropropano, bromodiclorometano, dibromoclorometano), riconducibili a pressioni di natura antropica».
«Non pare dunque che la contaminazione attuale possa essere qualificata come evento episodico o imprevedibile, ma anzi appare inserirsi in un quadro di pressione ambientale consolidata, che impone l’adozione di misure preventive adeguate».
«In tale contesto, assumono rilievo i principi normativi di precauzione, prevenzione e tutela integrata della risorsa idrica, nonché gli obblighi di cui al D.Lgs. 152/2006 e alla normativa sulla qualità delle acque destinate al consumo umano (ai sensi del Decreto Legislativo 18/2023), che richiedono il mantenimento di condizioni di sicurezza ex ante, e non la gestione emergenziale ex post».

Per questi motivi, l’associazione chiede: «una verifica indipendente, documentata e a evidenza pubblica del modello idrogeologico dell’area, con particolare riferimento alle interazioni tra falda e corpo idrico superficiale, e agli effetti degli emungimenti; la pubblicazione integrale e senza omissioni di tutti i dati storici e recenti sulla qualità delle acque sotterranee e superficiali dell’area del Trigno; l’accesso pubblico a tutti i monitoraggi ambientali e sanitari effettuati, comprensivi delle serie storiche complete; l’accertamento delle responsabilità amministrative e tecniche, anche ai fini dell’eventuale attivazione delle procedure in materia di danno ambientale».
«Non è giuridicamente né tecnicamente accettabile che una risorsa destinata al consumo umano venga gestita in condizioni di incertezza o sulla base di ricostruzioni causali formulate a posteriori. La tutela della salute pubblica e dell’ambiente impone standard elevati di diligenza, trasparenza e controllo preventivo. In difetto di riscontri puntuali, completi e verificabili, Italia Nostra si riserva di attivare tutte le iniziative previste dall’ordinamento, anche in sede amministrativa e giurisdizionale».







