La “diga” fantasma del Trigno: l’impianto in rovina dimenticato dopo la piena del 2015

Costruito per facilitare l’insediamento delle industrie, oggi versa in stato di abbandono e degrado. Siamo stati in località Pietra Fracida di Lentella dove si trovano le rovine dello sbarramento del fiume Trigno e da dove, grazie a una deviazione del corso del fiume, oggi provengono gli 80 litri al secondo di acqua per la costa trattati nell’impianto di San Salvo [LEGGI].

Video di Nicola Cinquina

Nascita e morte

La storia è quella dell’opera assimilabile a una piccola diga realizzata negli anni Sessanta per le esigenze idriche dell’allora nascente zona industriale sansalvese – in particolar modo per la Siv – in servizio per circa 50 anni, cioè fino al 27 novembre 2015, quando l’impetuosa piena del Trigno spazzò via gli enormi blocchi di cemento. Quell’ondata di maltempo sarà poi ricordata soprattutto per i problemi alla viabilità causati dal crollo, a qualche centinaio di metri di distanza, della Statale Trignina e di due tratti della fondovalle Treste.

Da quel momento, la struttura di competenza Arap, che si trova in prossimità della confluenza del Treste nel Trigno, è finita nel dimenticatoio. L’acqua, di norma, viene prelevata a monte, cioè nella traversa di San Giovanni Lipioni, lasciando a secco, per settimane, un lungo tratto del fiume (circostanza, questa, che, due anni fa, ha portato alla protesta dei cittadini di Celenza sul Trigno, LEGGI).

Risorsa idrica nel degrado e a rischio crollo

Da qualche settimana, il prelievo da questa zona è tornato d’attualità dopo il crollo dell’adduttrice del consorzio di bonifica a Fresagrandinaria che ha interrotto il flusso da San Giovanni Lipioni [LEGGI]. L’approvvigionamento in via eccezionale da Pietra Fracida è stato inoltre funestato da una settimana di divieto di uso dell’acqua a fini potabili per via della presenza di un inquinante (l’1,2,3 tricloropropano) la cui origine è ancora da accertare.

Oltre alle rovine in acqua, il degrado sta avanzando velocemente anche nella struttura che ospitava i locali di controllo della “diga”. Qui lavoravano fino a tre persone contemporaneamente, di cui una di notte. Uno degli aspetti paradossali della vicenda è la rimozione dell’eternit: non è stato sostituito da una nuova copertura, ma sul tetto è stato posizionato solo un telo di plastica svolazzante e oggi dentro gli ex uffici ci sono copiose infiltrazioni d’acqua che stanno facendo deperire rapidamente la struttura. Un crollo più recente, inoltre, ha riguardato un’alta torre faro rimasta in piedi dopo il 2015.

In un’epoca storica di perenne emergenza idrica, sarebbe di fondamentale importanza recuperare l’invaso che permetterebbe di avere scorte per le zone industriali e la costa. L’ultimo campanello d’allarme riguarda, infine, il corso deviato dai blocchi di cemento: il fiume sta erodendo le sponde e la recente piena si è fermata a qualche decina di metri di distanza dall’edificio che, senza opere di protezione, rischia di avere la stessa sorte dello sbarramento.

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