Quarant’anni sono tanti. La storia recente dell’ampliamento del porto di Punta Penna attraversa intere stagioni politiche e amministrative del Vastese senza essere mai arrivata a compimento. Già nel 1984 il quotidiano Il Tempo definiva, non senza ottimismo, il bacino portuale di Vasto «uno scalo strategico che attende un giusto riassetto».

Da allora, il dibattito è rimasto più o meno lo stesso: da una parte chi considera il porto il motore indispensabile dello sviluppo industriale, dall’altra chi teme l’impatto ambientale di nuove opere in uno dei tratti più delicati della costa abruzzese. Nel mezzo, decenni di rinvii, polemiche e occasioni mancate. L’ultima è quella riemersa con la scelta di Renexia di realizzare a Ortona la futura fabbrica di turbine eoliche, una decisione che ha riportato sotto i riflettori tutte le fragilità infrastrutturali irrisolte dell’area di Punta Penna.

Il capitolo ancora aperto di questa vicenda si apre nel 2007, quando viene presentato il Piano regolatore portuale redatto da un raggruppamento guidato dalla Modimar srl di Roma. Il progetto immagina il raddoppio del bacino portuale, nuove banchine commerciali, l’arrivo della ferrovia fino al molo e un deciso salto di qualità per lo scalo vastese. Per realizzarlo vengono stimati circa 145 milioni di euro.
L’accoglienza in città è tutt’altro che entusiasta. Nell’assemblea pubblica nell’auditorium del Centro servizi culturali, organizzata per illustrare il progetto si presentano meno di quaranta persone, ma le polemiche sono già accese. Gli industriali e il Consorzio industriale sostengono l’opera, ritenendola indispensabile per la competitività del territorio e per contendere traffici al porto di Ortona. Dall’altra parte ambientalisti e associazioni contestano l’impatto dell’intervento, temendo che il nuovo bacino possa alterare le correnti marine e accelerare l’erosione della costa a sud di Punta Penna. È una contrapposizione che riflette quella mai risolta tra sviluppo industriale e tutela ambientale in un’area unica, dove convivono la zona produttiva, il porto e la Riserva naturale di Punta Aderci, istituita nel 1998. Negli anni successivi arrivano osservazioni, richieste di modifiche, pareri e passaggi amministrativi che rallentano ulteriormente l’iter.

Solo nel 2013, sei anni dopo la presentazione del progetto, il Consiglio superiore dei lavori pubblici esprime parere favorevole al Piano regolatore portuale, seppure con prescrizioni. Il via libera viene salutato come un passaggio storico dal sindaco Luciano Lapenna e dal mondo produttivo del territorio. Ma i lavori restano lontani.

Intanto, nel 2017, iniziano i lavori per costruire la Via Verde della Costa dei Trabocchi, la pista ciclopedonale che, una volta terminata, collegherà Ortona a Vasto lungo il tracciato della vecchia ferrovia adriatica, e diventa sempre più complesso conciliare le esigenze dello sviluppo industriale con quelle della mobilità sostenibile e della valorizzazione turistica. Bisogna attendere il 2024 per vedere aprire il primo vero cantiere collegato al disegno di ampliamento del porto: quello del prolungamento del molo di levante, intervento da circa 12 milioni di euro considerato propedeutico sia all’arrivo della ferrovia in banchina sia al futuro raddoppio dello scalo. A distanza di due anni, però, l’opera è ancora lontana dal completamento.
Ora la scelta di Renexia di localizzare a Ortona la futura fabbrica di turbine eoliche evidenzia le carenze infrastrutturali. L’azienda ha indicato tra le ragioni della decisione la carenza di spazi portuali, la distanza tra il porto e l’area proposta, la presenza di un’unica strada di accesso e una viabilità ritenuta non adeguata ai trasporti eccezionali richiesti da pale e torri eoliche. Criticità che non sarebbero state superate nemmeno con il solo ampliamento del porto progettato 18 anni fa.







