Mi viene chiesto di intervenire sulla annosa questione della eventuale interconnessione socioterritoriale dei Comuni di Vasto e di San Salvo, alla luce della attuale contingenza economica e in ragione della costituzione di una Città somma che si qualificherebbe tra le più importanti della intera regione.
Non posso evitare di pretermettere la mia considerazione pregiudiziale, sulla mancanza evidente della qualità amministrativa e della lungimiranza che dovrebbe caratterizzare il personale politico applicato in una operazione di questo tipo. È sotto gli occhi tutti, infatti, vedere come in tutte le questioni del territorio, che interessano il comprensorio vastese si preferisca, quasi sempre, considerare solo l’aspetto polemico e campanilistico, di conflittualità forzate e spesso inesistenti, invece di intermediarle ragionevolmente (vedasi variante alla SS 16, Consorzio Civeta, Piano sociale, ecc.).

La occasione, tuttavia, appare stimolante per chi ama il territorio e per questo non è giusto astenersi dal contribuire, ripartendo dalla storia.
Ci provò il sindaco Nicola Notaro che, per primo, da bravo tecnico e imprenditore, comprese la necessità di orientare lo sviluppo conseguente alla industrializzazione della Piana di San Salvo degli anni ’60 e di gestire il passaggio da una economia agricola e baronale post bellica a una moderna economia manifatturiera, foriera di crescita e di progresso.
Il Piano Regolatore Generale degli architetti Minnucci e Cigni – vigente nel 1969 a Vasto – aveva già ipotizzato la necessità di un comprensorio edilizio popolare destinato agli operai della ex Siv, che vi aveva nel frattempo costruito un proprio Villaggio, attorno al quale far crescere e sviluppare un vero e proprio quartiere di raccordo tra Vasto e San Salvo, che non possedeva un grande territorio disponibile.
La soluzione pensata apparve – all’epoca – urbanisticamente limitata e la amministrazione comunale vastese, con l’ausilio di un pool di architettura giapponese legata a Kisho Kurokawa [LEGGI], prima progettò una ammiccante previsione di Città intercomunale, sulle colline di località Selvotta, di raccordo tra le due vicine cittadine, appoggiata sulle infrastrutture del Consorzio industriale, slanciata sul mare e da dotare di avveniristici servizi e opere pubbliche e poi, successivamente, attivò alcune azioni di sostegno alla citata idea – prima della relativa approvazione –, prevedendo la individuazione a sud dell’abitato di Vasto della nuova stazione ferroviaria e lo spostamento a nord della previsione del carcere mandamentale, previsto originariamente a Selvotta, ma trasferito a Motta Grossa. Una intuizione avveniristica e fantastica di programmazione che spaventò molto la classe politica dell’epoca, che pure aveva partecipato alla elaborazione ma che, in concreto, la lasciò abortire senza dargli seguito.

Ci riprovò, una ventina di anni dopo, la amministrazione di Antonio Prospero che, prima della redazione del nuovo Piano Regolatore Generale, dovette subire la iniziativa amministrativa della Breda Sigma che possedeva ancora molte decine di ettari di terreno – intorno e a valle del Villaggio Siv – e che predispose una estemporanea lottizzazione enorme, in variante al Prg. La proposta, risultò non supportata da concrete esigenze insediative, pur essendo orientata a un ipotetico possibile sviluppo turistico residenziale edilizio intercomunale, sulla vallata del Buonanotte. Nel frattempo, infatti, San Salvo era di molto cresciuta e a Vasto si erano approvate le lottizzazioni di ufficio dei Comprensori K1 e K2, per circa 10mila persone. La società proponente – legata alle Partecipazioni Statali – non accettò di limitarsi alle sole previsioni insediative residue del vigente Prg ma chiese di più: si accese, ovviamente un lungo e inutile contenzioso amministrativo, scaturito e terminato nella liquidazione finale e nella vendita dei terreni, alcuni dei quali – acquistati dal Comune di Vasto e ceduti alla Asl – furono successivamente destinati alla realizzazione del nuovo ospedale civile. Una mancata soluzione transattiva che, probabilmente, se concordata, avrebbe potuto produrre buone prospettive ed un diverso sviluppo.
Un terzo tentativo fu promosso dall’allora sindaco Luciano Lapenna, a valle della avvenuta spropositata approvazione del Piano Regolatore del 2000, sovradimensionato dai sindaci Tagliente e Bolognese, con la approvazione di circa 600 osservazioni avvenuta in fase di pubblicazione e madre univoca e tumore irreversibile del successivo decadimento del nostro territorio. Lapenna affidò al prof. Mascarucci e alla Università di Architettura di Pescara, la redazione di uno studio di Città intercomunale Vasto-San Salvo-Cupello-Monteodoorisio, per allargare l’orizzonte urbanistico e dimensionale del nostro territorio, raccordandolo con la previsione della intera dotazione delle infrastrutture primarie e secondarie e degli insediamenti: si voleva tentare la costruzione della seconda realtà economico sociale dell’Abruzzo.
Troppo tardi o troppo presto però. La iniziativa non ha infatti prodotto, almeno fino a oggi, alcun risultato concreto. Peccato.

Bene, fatte queste premesse, andiamo velocemente alla ipotetica contestualizzazione del fenomeno aggregativo di nostro interesse. Non si può evitare di evidenziare una palese dicotomia – che appare limpida allo sguardo di tutti – tra la manifestata opportunità di facciata di raccordare popolazioni ed esigenze vicine e il contrastante, costante e concreto orientamento a evitare qualsivoglia tavolo di raccordo su tutte le problematiche di sviluppo economico e sociale del nostro comune territorio. Parlare, quindi, di unione e di coinvolgimento e operare nella logica della divisione e della predominante appartenenza alle singole realtà da associare, rappresenta un ostacolo chiaro alla intersezione delle adiacenti realtà comunali distinte, che non può che essere attribuito alla limitata consistenza qualitativa della maggior parte degli operatori politico-amministrativi a cui è affidata la rappresentanza.
Il consenso popolare non appare, infatti, finalizzato alla risoluzione dei problemi, anche gravi, di carattere generale ma esclusivamente orientato alla affermazione delle individualità da conservare e nella tutela della rendita di posizione; tutto diviene ovviamente difficile e proponibile.
E allora si assiste a Vasto, nelle sbandierata volontà, affermata a chiacchiere, di ridurre il consumo del suolo e di valorizzare le risorse naturalistiche e ambientali e, nello stesso tempo, nella promossa assurda esaltazione del contestuale e contrastante slancio di allucinanti nuovi progetti di espansione urbana, senza un minimo di programmazione e di valutazione globale delle esigenze attuali e delle necessità effettive e riequilibrative, richieste a gran voce dal nostro territorio e dai suoi cittadini .
Dove andremo a finire? Di certo non verso la unione e lo sviluppo!

Eppure la definita attività di realizzazione del nuovo ospedale di Vasto, in località Pozzitello, il potenziamento della stazione ferroviaria, la imminente scelta del tracciato della variante alla SS 16, lo sviluppo del porto commerciale di Vasto e dei porti turistici di San Salvo e Montenero, il completamento della Via Verde dei trabocchi e dell’assetto innovativo del demanio turistico del nostro Golfo d’oro – diventato nel frattempo due golfi –, dimostrano senza equivoci che mettersi attorno a un tavolo per discutere di esigenze comuni e di soluzioni intercomunali condivise, sarebbe la cosa migliore da fare.
Per uomini e persone che veramente amano la nostra Città del Vasto e il nostro comprensorio, oltre se stessi, e che vogliano adoperarsi per costruire un futuro migliore da lasciare a quelli che verranno.
Chi vivrà vedrà.
Edmondo Laudazi







