Il futuro non si taglia con un nastro, ma si costruisce lentamente

A Chiaro e tondo, la rubrica di opinioni di Chiaro Quotidiano, ospitiamo il parere di Antonio Del Casale, già assessore comunale a Vasto e segretario cittadino del Pd dal 2013 al 2016.

Antonio Del Casale

Correva l’anno 2014. In una riunione di maggioranza misi sul tavolo un tema semplice e, all’epoca, quasi eretico: l’assenza dell’alta velocità nella stazione di Vasto-San Salvo.

A fine incontro, un assessore di peso mi fermò e, con bonaria ironia vastese, liquidò la questione: “Non perderci tempo: non porta pane a casa. Non si farà mai. Tra un anno e mezzo si vota, e gli ultimi sei mesi non contano”.

La realtà, per fortuna, ha preso un’altra strada. Oggi pendolari e turisti sanno che, almeno nei mesi estivi, il Frecciabianca ferma a Vasto-San Salvo. È poco, certo. Poteva tuttavia rappresentare un varco aperto se non fosse rimasto fermo a dieci anni fa.

Quel risultato non è nato per caso: è frutto di visione, collaborazione e assenza di gelosie. Della lungimiranza dell’Ingegner De Nardellis, della visione del Presidente D’Alfonso, della disponibilità dei sindaci Lapenna e Magnacca e dalla mia determinazione. Un lavoro collettivo, silenzioso, lontano dai riflettori.

Sono lontano fisicamente dalla mia città da quasi un decennio. Oggi osservo da semplice cittadino, senza ruoli istituzionali in coerenza con la mai scelta ponderata e contemporaneamente sofferta. Eppure quella frase — “non porta pane a casa” — continua a riaffiorare.

Ma cosa significa davvero, oggi, portare il pane a casa per un territorio?

Nella politica contemporanea si ripete una scena ormai rituale: un amministratore sorridente, forbici in mano, davanti a un nastro tricolore. L’inaugurazione come prova di efficacia. Il consenso come fotografia.

Eppure, dietro quello scatto, spesso si nasconde il vuoto: l’assenza di una programmazione capace di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale. Non è una colpa individuale né una questione di schieramenti. È il prodotto di un ecosistema che premia messaggi semplici, veloci, consumabili. Una politica “fast food”, dove il consenso si misura in ore e i progetti richiedono anni.

In questo cortocircuito comunicativo, lo stesso elettore attraversa e sceglie stagioni politiche opposte nel giro di pochi anni. Il tempo lungo scompare. E con esso, la capacità di costruire.

Se torniamo al Vastese, la domanda diventa inevitabile: qual è il progetto?

Non un intervento, non un’opera, ma almeno una direzione.

L’unica direzione possibile è superare un confine che esiste sulla carta, ma non nella vita quotidiana: quello tra Abruzzo e Molise. Vasto, San Salvo e Termoli sono già oggi un unico spazio sociale, economico e culturale. Ciò che manca è una regia.

Dal 1963, anno della separazione amministrativa, queste aree di confine sono scivolate ai margini dei rispettivi centri decisionali. Troppo periferiche per contare davvero, troppo divise per pesare insieme.

Fu ignorata per quella scissione tra Abruzzo e Molise qualsiasi consultazione popolare, non fu previsto nessun referendum. Le popolazioni vennero tenute totalmente fuori facendo prevale interessi politici e personali. Una regione unica sicuramente più importante e competitiva nel contesto nazionale ed europeo.

Oggi serve una riflessione più coraggiosa: non limitarsi a gestire l’esistente, ma immaginare un nuovo baricentro. Non più estremo sud dell’Abruzzo o nord del Molise distante da Campobasso, ma cuore di un sistema adriatico integrato.

Il declino demografico, il peso statistico ridotto, la frammentazione delle politiche su sanità, infrastrutture, impresa e turismo: sono segnali che non possono più essere ignorati.

Non si tratta di un intervento locale, ma di una scelta strategica. Perché il rischio non è restare fermi: è essere bypassati. È già successo, nei giorni difficili delle piogge di aprile, quando le grandi direttrici hanno continuato a funzionare altrove.

Due regioni che insieme raggiungono a fatica un milione e mezzo di abitanti non possono permettersi di restare divise senza una visione comune. Senza massa critica, la marginalità diventa destino.

Pensare a un’area integrata che guardi anche a Bari come hub naturale non è un esercizio teorico: è un modo per riallinearsi ai flussi reali di persone, merci e opportunità.

La vera sfida politica dei prossimi anni non sarà comunicare meglio, ma resistere alla tentazione dell’immediato. Sostituire l’applauso con il progetto. L’inaugurazione con il processo.

Perché il futuro non si taglia con un nastro.
Si costruisce, lentamente.

Antonio Del Casale

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