«Gli obiettivi sono scelti e concordati col nucleo di valutazione. Una volta scelti, vengono portati in giunta con i pareri dei revisori dei conti, inseriti nel Piao (Piano integrato di attività e organizzazione, n.d.r.) e poi trasmessi al nucleo di valutazione». Lo ha detto il sindaco di Vasto, Francesco Menna nella terza udienza del processo a Vincenzo Toma, dirigente comunale a giudizio con l’ipotesi di peculato. Davanti al collegio presieduto da Italo Radoccia, il primo cittadino era chiamato a deporre oggi in qualità di teste della difesa, come il dirigente municipale Stefano Monteferrante, il presidente del nucleo di valutazione del Comune, Giuseppe Canossi, e il commercialista e revisore dei conti Vito Di Maria.

«Nel 2020 – ha detto Menna rispondendo alle domande dell’avvocato La Cava, difensore del funzionario – gli obiettivi sono stati raggiunti. La Corte dei conti ha certificato che gli obiettivi sono stati non solo raggiunti, ma anche la riduzione del debito da 12 milioni 321 a 8 milioni 466mila euro. Usciremo dal riequilibrio con la metà degli anni: 7 anni invece di 15». «Abbiamo avuto un’ispezione del Mef» in merito alla vicenda oggetto del processo e inoltre «il nucleo di valutazione ha detto che gli obiettivi erano congrui». «Il pagamento – ha affermato Menna – non è discrezionale, è un obbligo di legge. Se non paga, c’è il contenzioso sia con la Corte dei conti, sia con altri aspetti».
Canossi ha dichiarato di aver constatato «il raggiungimento dell’85-90 per cento degli obiettivi prefissati» e che «il nucleo non è competente sull’attività retributiva». Per Monteferrante, il pagamento «è stato rogato, quindi presumo sia regolare». Di Maria era stato, invece, «incaricato per valtare tutta la questione relativa alle indennità. È stato fatto così come descritto dalla legge, non ci sono state irregolarità».
Il procedimento
La precedente udienza si era svolta il 17 febbraio. Toma, dirigente del Comune di Vasto, è imputato in relazione all’attribuzione di un premio di produttività da circa 30mila euro che si avrebbe assegnato a se stesso riguardo all’annualità 2020.
Davanti al collegio giudicante erano stati ascoltati quattro testi indicati dalla difesa: Giovanni Di Mascio, presidente del collegio dei revisori, Dario Di Donatantonio, revisore estratto dalla Prefettura, e due dipendenti comunali. Le domande erano state poste dalla pubblica ministero Silvia Di Nunzio e dall’avvocato difensore Francesco La Cava. Nel corso dell’udienza, l’attenzione si era concentrata in particolare sugli aspetti legati alla gestione finanziaria dell’ente e al premio di produttività contestato. Ai professionisti contabili la pm aveva chiesto chiarimenti sullo stato del bilancio comunale e sulle procedure di attribuzione del compenso.
Di Mascio aveva riferito di aver «ritenuto di non avere nessun diritto a eccepire la valutazione nel merito, che ritengo spetti al nucleo di valutazione», mentre Di Donatantonio aveva spiegato che il collegio di cui faceva parte «fu chiamato a esprimere un parere» nell’ambito del piano di riequilibrio finanziario predisposto per il risanamento del bilancio del Comune.
Il 16 dicembre 2025 erano stati invece escussi i testi dell’accusa, tra cui Biagio Giordano, dirigente dei servizi ispettivi di finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato, e lo stesso D’Ambrosio, oggi in servizio a San Salvo. Quest’ultimo aveva riferito di aver sospeso il pagamento del premio ritenendolo privo dei presupposti, in particolare per il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dalla giunta comunale.







