Il nuovo grido d’allarme sullo spopolamento delle aree interne arriva dalla Caritas diocesana di Trivento. Il tema del numero 16 dei Quaderni della solidarietà, curato da don Alberto Conti per la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico “Paolo Borsellino”, è ben chiaro a partire dal titolo: Non borghi, ma paesi. Comunità che resistono allo spopolamento (la pubblicazione è scaricabile in pdf in fondo all’articolo).

Nel rapporto demografico si prende in esame l’arco temporale 1992-2024 e la perdita di popolazione è fin troppo evidente. Nei comuni della provincia di Chieti ricadenti nel territorio di competenza della diocesi di Trivento – Borrello, Castelguidone, Castiglione Messer Marino, Celenza sul Trigno, Roio del Sangro, Rosello, San Giovanni Lipioni, Schiavi di Abruzzo e Torrebruna – si è perso complessivamente il 50,7% dei residenti (pari a 4.634 abitanti in meno). I numeri sono ancora più crudi se si guardano le percentuali singole: San Giovanni Lipioni ha perso il 67,3% (da 416 a 136 persone), Schiavi di Abruzzo il 66,8% (passando da 1.871 a 622 residenti).

Quello dell’Alto Vastese/provincia di Chieti è il dato, in termini percentuali, più allarmante se confrontato con i comuni della diocesi della provincia di Campobasso (-28%, -4.242) e di Isernia (-31,1%, -7.575).


Don Alberto Conti, quindi, parte dalla necessità di un cambiamento politico e culturale partendo già dal lessico: «La parola “borghi”, spesso utilizzata in una chiave narrativa, poetica o evocativa, non restituisce pienamente la realtà vissuta. Il borgo richiama un’immagine talvolta idealizzata; il paese invece è una comunità concreta, abitata da volti di uomini e donne, famiglie, anziani e giovani, segnata dalla quotidianità, dalla memoria condivisa e da relazioni di prossimità che nel tempo hanno generato legami, tradizioni e appartenenza».

«Parlare di paesi significa assumere uno sguardo più aderente alla realtà dei territori, capace di cogliere i processi in atto come la diminuzione della popolazione residente, l’invecchiamento demografico, la progressiva rarefazione dei servizi essenziali e l’indebolimento del tessuto comunitario. Sono dinamiche che producono nuove forme di vulnerabilità e isolamento soprattutto per le persone più fragili».
«Non borghi, dunque, ma paesi: luoghi da ascoltare e da abitare, affidati alla responsabilità condivisa delle istituzioni, della Comunità Civile e della Chiesa, chiamate a prendersi cura dei territori attraverso la prossimità, l’accompagnamento e la costruzione di legami affinché nessuna comunità venga lasciata sola».

La dura missione dei parroci di montagna
A risentire dello spopolamento è anche la missione dei parroci di paese. «Il mio auspicio è che la Chiesa non si lasci guidare solo dal criterio dei numeri, come ormai accade nelle scelte delle istituzioni civili, ma continui a credere nel valore di ogni comunità, anche la più piccola e fragile», scrive don Alberto Conti.
«Va riconosciuto l’impegno e la fatica dei parroci di montagna, spesso divisi tra più comunità, spostamenti in auto lungo strade dissestate e, per la maggior parte, prive di barriere di sicurezza, scarsità di collaboratori, il peso di tante responsabilità e soprattutto tanti banchi vuoti nelle chiese. Così come non mai, oggi la vita dei parroci dei piccoli paesi è spesso segnata dalla durezza delle parole che portano con sé pregiudizi e giudizi affrettati. Ed essi continuano a resistere con fedeltà e dedizione, come veri Servi del Signore, mettendo la propria vita a servizio del bene di tutti, credenti e non credenti, per testimoniare con semplicità e perseveranza il Vangelo della carità».

«Sistema che ha dimenticato le periferie geografiche del Paese»
Il sacerdote parla di «sistema che sembra aver dimenticato le periferie geografiche del Paese» e cita uno dei temi che da sempre segna le disparità del vivere in montagna: «Un esempio particolarmente eloquente è rappresentato dal costo del gas metano e dell’energia elettrica che negli ultimi anni hanno subito rincari costanti e insostenibili. Nelle case di montagna il riscaldamento non è un comfort, ma una necessità primaria: spesso deve essere acceso già dal mese di novembre e rimane in funzione fino ai primi di maggio, talvolta anche oltre, a seconda dell’andamento stagionale. Questo comporta consumi elevati e bollette che incidono in modo pesante sui bilanci familiari. Sono tutti fattori che rendono la vita in montagna più onerosa e complessa».
Cambio di rotta
Il sacerdote, in conclusione, indica il necessario cambio di rotta: «Pensare in termini di sviluppo territoriale con la specializzazione di ciascuna area per valorizzarle tutte in una prospettiva di crescita comune; istituire una fiscalità locale agevolata che faccia diventare conveniente la scelta di vivere nei piccoli comuni abbandonati, finanziare investimenti per recuperare l’edilizia abbandonata e offrirla in cambio del rientro, modellare un sistema scolastico che, grazie all’integrazione tra tecnologie e presenza e la multifunzionalità degli edifici scolastici, renda possibile il mantenimento nelle zone disagiate delle scuole, luogo dell’educazione e presidio di comunità, anche con una contrattazione “di favore”; la ricostruzione di un servizio sanitario pubblico con presidi ospedalieri che rassicurino e rendano seriamente esigibile quel diritto alla salute, che peraltro, non dimentichiamolo mai, deve essere garantito a tutti, per il dettato della Costituzione e il diritto inalienabile del cittadino».







