Dal professor Gianni Oliva riceviamo e pubblichiamo.
Giuseppe Rosato, 94 anni e non li dimostra. Una vena poetica inesauribile, una parola levigata, sospesa come un suono nell’aria, che trascende ogni cosa, che ama la dissolvenza, perché tutto è destinato a dissolversi, a sparire nel nulla.
La prima raccolta di poesie di Rosato risale al 1957 (L’acqua felice) e da allora ne sono seguite altre trentadue, se il lungo elenco non mi inganna, con una cadenza ritmica quasi annuale. E parlo solo di quelle in lingua, senza considerare le raccolte scritte nel suo dialetto frentano, una produzione impressionante ricca di testi diversi, compresi quelli in prosa, le scritture brevi, gli aforismi, gli epigrammi caratterizzati dall’ironia pungente e sorniona, da una satira ammiccante e mai sconveniente.
La presente nota è per salutare la sua ultima plaquette intitolata Dove finisce il giorno (De Felice edizioni), che comprende la più recente produzione (anni 2025-26), oltre ad alcuni risvolti di memoria che riportano alle origini di un percorso prestigioso e ricco di riconoscimenti critici e di affermazioni in premi nazionali come il «Carducci» e il «Pascoli.
In definitiva, in quelli che Rosato chiama bonariamente i «tempi supplementari» della vita, non si appanna la forza della parola incantata di un vero poeta del nostro tempo.








