La Regione aveva intimato all’Arap di ricostruire lo sbarramento caduto, ma mancano i soldi

Il crollo dello sbarramento sul Trigno ha causato notevoli cambiamenti al corso del fiume e dato vita a importanti fenomeni di erosione. A metterlo nero su bianco è il servizio Genio civile della Regione dopo un sopralluogo sul sito in territorio di Lentella. Torniamo a parlare dell’opera realizzata negli anni Sessanta e oggi in rovina dopo la piena di fine novembre 2015.

Negli anni successivi a quell’ondata di maltempo che colpì duramente il Vastese, gli uffici regionali hanno dato vita a un botta e risposta affinché si mettesse riparo alla distruzione post-piena.
Lo si apprende dallo scambio epistolare avvenuto tra tre branche della stessa Regione Abruzzo: da una parte l’Arap, che ha ereditato il sito costruito dall’allora Consorzio per l’area di sviluppo industriale del Vastese (Coasiv), dall’altra il citato Genio civile e l’ufficio Dighe.

Fiume deviato ed erosione

Il carteggio si riferisce al 2023. Il 21 settembre di quello stesso anno si è tenuto un sopralluogo in località Pietra Fracida, l’area del crollo, convocato dall’ufficio Dighe, al quale hanno partecipato i vari organi competenti. Qualche giorno dopo, è l’ufficio Genio civile a scrivere all’Arap sottolineando le modifiche l’urgenza di intervenire a causa della modifica del corso del fiume parlando di «criticità dal punto di vista ambientale nonché del deflusso delle acque, dovuta alla rottura dell’opera di sbarramento».

Grazie alla ricostruzione fatta con le foto aeree scattate negli anni successivi «è stato possibile constatare come a seguito della rottura parziale della traversa, il fiume Trigno ha subito un notevole cambiamento nel suo comportamento idraulico trovando una nuova situazione di equilibrio che ha però evidenziato fenomeni di erosione spondale significativi soprattutto sulla sx idrografica in corrispondenza della traversa, assenti nella configurazione ante crollo». L’erosione è una criticità oggi ancora più evidente.
Come mostrato nel nostro servizio video, il fiume è arrivato a qualche decina di metri dalla costruzione che una volta ospitava gli uffici e il custode dello sbarramento.

Per questo, il genio civile, chiede all’Arap di far sapere entro 30 giorni «se intende procedere al ripristino delle opere di presa e adduzione» specificando che «risulta inoltre necessario evidenziare che, in caso di rinuncia alla derivazione, prima del ripristino dei luoghi, sarà necessario produrre apposita documentazione specialistica in grado di evidenziare l’evoluzione del regime idraulico del fiume Trigno nella nuova configurazione, onde dimostrare l’attivarsi di possibili scenari di rischio idraulico».

Il passaggio ancor più esplicito è però quello successivo in cui si «intima» all’Agenzia Regionale delle Attività Produttive «di procedere entro e non oltre 90 giorni dal ricevimento della presente alla completa rimozione dall’alveo del fiume Trigno di tutti i relitti dovuti al crollo del 2015 mettendo in sicurezza le porzioni di traversa ancora integre, dandone apposita comunicazione allo scrivente servizio del Genio civile regionale di Chieti» e di «procedere entro e non oltre 180 giorni dal ricevimento della presente a realizzare le opere di messa in sicurezza delle zone interessate dagli evidenti fenomeni di erosione spondale sulla sinistra idrografica a monte della traversa causati dal diverso comportamento idraulico del fiume Trigno a seguito del crollo parziale sopra richiamato, al fine di prevenire possibili situazioni di rischio fino alle determinazioni in merito al ripristino o meno dello sbarramento, previa redazione di apposito progetto sul quale la scrivente autorità idraulica esprimerà il proprio parere di competenza, corredato da cronoprogramma dei lavori».

L’erosione arrivata a qualche decina di metri dall’edificio

Questione di fondi

La risposta dell’Arap è del 20 ottobre dello stesso anno. L’agenzia chiede una copia della relazione del sopralluogo «per poter verificare in base a quali considerazioni sia stata intrapresa l’azione di intimazione nei confronti di Arap». Questo passaggio contiene righe significative. Il direttore generale e il responsabile dipartimento Lavori e manutenzioni sottolineano che l’ente destinatario dell’intimazione – considerata evidentemente spropositata – è lo stesso che «già nell’immediatezza degli eventi di piena del 27.11.2015 aveva segnalato il danneggiamento dell’opera idraulica e richiesto le ingenti risorse necessarie al ripristino tempestivo dello stato dei luoghi, fatto, quest’ultimo, di cui si è dato atto nel corso della visita del 21/09/2023 al pari della indicata disponibilità di risorse quantificate in 700mila euro da utilizzare per la rimozione dei blocchi di calcestruzzo presenti in alveo».

Tale somma, però, nonostante la paventata disponibilità, non è mai arrivata e i relitti sono ancora nel fiume, così come il «nuovo equilibrio» raggiunto dal corso d’acqua continua a erodere le sponde, soprattutto nelle ondate di piena.

La missiva dell’Arap, quindi, si conclude specificando che «non ritiene opportuno rinunciare alla derivazione ma, al contrario, è del parere che il ripristino della traversa sia di fondamentale importanza, a margine della presente si comunica che sarà conferito incarico professionale per la valutazione degli scenari di possibile rischio idraulico nella attuale configurazione ed in quelle ad opera eventualmente rimossa».

L’ultima comunicazione a riguardo è del 28 febbraio 2024, quando l’ufficio Dighe prendendo atto delle precedenti comunicazioni, avvisa che «dovendo procedere all’aggiornamento del Catasto degli sbarramenti e invasi di competenza regionale, nel rispetto delle sole competenze in merito e non rilevando ulteriori adempimenti a propria cura, provvederà a depennare la traversa di cui trattasi dal relativo elenco».

Da quel momento, a quanto ci è dato sapere, non ci sono state evoluzioni. Il sito, pur vedendo riconosciuta la propria importanza nell’approvvigionamento idrico della costa (da qui, dopo la rottura di Fresagrandinaria, oggi parte l’acqua per l’impianto di trattamento di San Salvo), è rimasto congelato nel tempo, precisamente al giorno dopo la piena del 27 novembre 2015: per la messa in sicurezza e l’eliminazione dei grandi relitti servono 700mila euro, per la ricostruzione servirebbero svariati milioni di euro.

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