Cotir, l’atto finale di una brutta storia: 380mila euro per rimuovere oltre mille tonnellate di “rifiuti”

Innanzitutto spieghiamo il perché di “rifiuti” tra virgolette. Ci sono oltre mille tonnellate di materiale da rimuovere da quello che fu il Consorzio per la Divulgazione e Sperimentazione delle Tecniche Irrigue (Cotir). Sono indicati indistintamente come “rifiuti”, ma una parte consistente è costituita da mobili, apparecchi elettronici, arredi, strumenti, utensili, veicoli, apparecchiature di laboratorio: tutti distrutti o danneggiati da vandali e ladri che per quasi un decennio hanno avuto un libero e tranquillo accesso alla struttura di contrada Zimarino.

Di questa storia di abbandono – iniziata nel 2016/2017 con il mancato pagamento degli stipendi da parte della Regione e la conseguente chiusura – vi abbiamo raccontato più volte [GUARDA] e ora sembra arrivato il capitolo finale per girare definitivamente pagina verso il futuro del sito.

I numeri

L’Arap, a fine marzo, ha avviato la procedura di gara aperta per “l’affidamento dei servizi di prelievo, selezione, cernita, analisi, trasporto ed avvio a recupero materiali e rifiuti pericolosi e non, da area ex Cotir Vasto”. Qui vedrà la luce il progetto H2Arap, cioè la centrale di produzione idrogeno verde che dovrà essere completata nel giro di qualche mese per non perdere il finanziamento di 10 milioni di euro dal Pnrr.

Così, «è prioritario riportare l’area almeno ad uno stato di pulizia primaria», come si legge nella documentazione tecnica, dai cinque edifici principali: centro congressi, laboratori-uffici, laboratorio-direzione, alloggi, rimessa mezzi agricoli, deposito di rifiuti e serre di coltivazione.

Sono i numeri, come sempre, a dare la dimensione della vicenda. I “rifiuti” da rimuovere sono oltre 214 tonnellate dalla rimessa agricola, 146 dalle serre, 599 da uffici e laboratori, 227 dagli alloggi per un totale di ben 1.187 tonnellate. La stima dei costi è di 378.550 euro (33.650 euro per la rimessa agricola, 58.300 euro per le serre, 202.700 euro per uffici e laboratori, 83.900 per gli altri edifici e alloggi).
Numerose le categorie di rifiuto, compresi quelli speciali e pericolosi. A significato esempio si cita la stima fatta sulla quantità di mobili da portare via: 36 cassoni.

Un immane ed evitabile spreco

Il centro di proprietà regionale chiuse nel 2017, sotto la presidenza di Luciano D’Alfonso. Da allora tutti gli edifici e locali sono rimasti liberamente accessibili a tutti fino a qualche tempo fa quando sono state installate le telecamere e chiusi gli accessi. Così, negli alloggi dei dipendenti hanno trovato riparo alcune persone senza fissa dimora (forse l’unica nota positiva), mentre il resto del sito è stato preso di mira da vandali e ladri.

Nelle nostre periodiche visite è stato ben evidente il peggioramento graduale della struttura: sempre meno beni integri, sempre più devastazione. Il sito, a causa del distacco delle utenze, è stato lasciato dai lavoratori dall’oggi al domani. Se le strutture fossero state protette, mobili, letti, armadi, provette, attrezzatura, decine di computer, monitor e tv, strumenti, stampanti, plotter, lavatrici, forni, veicoli ecc. (è impossibile fare un elenco esaustivo) avrebbero potuto avere una nuova vita o essere venduti all’asta.

Invece, nonostante i 10mila euro stanziati nel 2021 per la messa in sicurezza del sito, tutto è rimasto aperto e oggi si parla solo di “rifiuti”. Certo, nel progetto c’è scritto che sarà da privilegiare l’attività di recupero, ma gran parte di quel patrimonio è oggi inutilizzabile perché danneggiato. Basti pensare alla grande sala congressi che ha ospitato studiosi e figure di spicco del mondo accademico italiano: era dotata di un numero imprecisato di sedute, di sala regia attrezzata di tutto punto e sistema di videoproiezione.

In uno dei locali al piano terra giace uno spettometro magnetico nucleare: un apparecchio, che occupa una stanza, intorno al quale i ladri hanno divelto pavimento e controsoffitto per asportare i cavi di rame. All’avanguardia per i tempi in cui fu acquistato, oggi, con una rapida ricerca online, è possibile vedere che, nuovo, ha un valore di 70mila euro.

Lo spettometro magnetico nucleare (foto 2021)

L’interrogativo finale riguarda l’attività dei ricercatori. Centinaia di faldoni contenenti il risultato degli studi lì compiuti giacciono a terra, spesso nell‘acqua entrata dalle finestre aperte. Che fine faranno?
In ogni caso, che bruttissima fine.

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Comments 1

  1. Nicola Di Nanno says:

    Un altro “piccolo” esempio di spreco di denaro pubblico. Se li rubavano direttamente non c’era l’implicazione dei rifiuti.

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