Luigi Petta e la prima volta da preside: «Ancora tanto da imparare. In futuro mi piacerebbe tornare»

«La dirigenza non rappresenta per me un punto di arrivo: è l’inizio di un mestiere nuovo, che richiede studio continuo, capacità di ascolto e un forte senso di responsabilità». A 35 anni Luigi Petta è alla guida dell’Istituto superiore Giovanni Falcone di Asola, nel Mantovano. A Chiaro Quotidiano racconta il percorso che lo ha portato dalla musica all’insegnamento e poi alla dirigenza scolastica, il suo modo di intendere la scuola e il legame con le sue origini.

Luigi Petta

Partiamo dagli studi. Qual è stato il suo percorso formativo?

Il mio percorso formativo è stato piuttosto articolato e ha seguito interessi diversi che, con il tempo, si sono rivelati più complementari di quanto potesse sembrare inizialmente. La musica e, in particolare, il pianoforte hanno rappresentato una parte fondamentale della mia formazione e continuano ancora oggi a occupare un posto importante nella mia vita. Mi sono diplomato in pianoforte con il maestro Lucia Passaglia, persona alla quale devo buona parte del mio modo di intendere e interpretare la musica. Gli anni con lei sono stati anni intensi dal punto di vista musicale e concertistico e quella passione non mi ha mai abbandonato.

Parallelamente all’attività musicale e concertistica, ho conseguito il diploma presso il Liceo Scientifico di Agnone e ho poi intrapreso gli studi universitari presso l’Università degli Studi del Molise, conseguendo prima la laurea in Economia Aziendale e successivamente la laurea magistrale in Imprenditorialità e Innovazione. Una volta intrapresa la carriera dell’insegnamento ho continuato a formarmi, conseguendo, sempre presso la stessa Università, la specializzazione per le attività di sostegno didattico.

Guardandolo oggi, può sembrare un percorso composto da ambiti molto diversi, ma credo che proprio questa pluralità di esperienze mi sia particolarmente utile nel ruolo che ricopro in questo momento.

Qual è stato il suo percorso nel mondo dell’insegnamento?

Ho cominciato come docente di sostegno, in Molise. È stata un’esperienza formativa molto importante, perché mi ha consentito di confrontarmi fin dall’inizio con il tema dell’inclusione e con la necessità di costruire percorsi educativi realmente attenti alle caratteristiche di ciascuno. Successivamente sono passato all’insegnamento della Musica, lavorando presso la secondaria di primo grado di Montenero di Bisaccia, istituto che ancora oggi porto nel cuore.

Il mio percorso professionale mi ha portato poi in Lombardia, all’Istituto Comprensivo di San Giorgio di Mantova, dove ho insegnato fino alla nomina a dirigente scolastico. Nel corso degli anni, accanto all’insegnamento, ho cominciato a interessarmi sempre di più anche agli aspetti organizzativi e gestionali della scuola, assumendo incarichi di coordinamento, organizzazione e valutazione. Credo, però, che proprio l’esperienza quotidiana vissuta come docente rappresenti oggi una parte fondamentale del mio modo di interpretare la dirigenza scolastica.

Quando era studente, che cosa le hanno lasciato i suoi professori e i suoi presidi? Avrebbe mai immaginato, allora, che un giorno avrebbe ricoperto il loro stesso ruolo?

No, certamente non immaginavo che un giorno sarei diventato dirigente scolastico. Da studente guardavo naturalmente professori e presidi da una prospettiva completamente diversa e credo che soltanto oggi riesca a comprendere fino in fondo la responsabilità che quelle figure avevano nei confronti degli studenti.

Ho incontrato nel mio percorso insegnanti molto diversi tra loro e ciascuno, a modo suo, mi ha lasciato qualcosa. Con il passare degli anni, però, mi sono reso conto che gli insegnanti che ricordo maggiormente non sono necessariamente quelli che mi hanno trasmesso soltanto delle conoscenze. Sono spesso quelli che hanno saputo vedere qualcosa in me, che mi hanno responsabilizzato, che mi hanno fatto appassionare oppure che sono intervenuti nel momento giusto.

Un comportamento di un adulto può avere un peso molto maggiore di quanto spesso immaginiamo. È una responsabilità che appartiene a tutti coloro che lavorano nella scuola.

A 35 anni è tra i più giovani dirigenti scolastici d’Italia. Aveva immaginato un percorso professionale così rapido e ricco di soddisfazioni?

Non credo di averlo immaginato in questi termini. Ho cercato piuttosto, nelle diverse fasi del mio percorso, di cogliere le opportunità che si presentavano e di investire molto nella formazione. Naturalmente essere diventato dirigente scolastico a 35 anni è per me motivo di grande soddisfazione, soprattutto considerando l’impegno richiesto da un percorso concorsuale lungo e particolarmente selettivo.

Ma in queste prime settimane sto scoprendo molto rapidamente che alla soddisfazione si accompagna un fortissimo senso di responsabilità. La dirigenza non rappresenta per me un punto di arrivo: è l’inizio di un mestiere nuovo, che richiede studio continuo, capacità di ascolto e anche l’umiltà di sapere che c’è ancora moltissimo da imparare.

Quale idea di scuola, di insegnamento e di rapporto con i ragazzi ha portato con sé ad Asola?

Credo in una scuola che sappia educare alla responsabilità, ma che sia allo stesso tempo capace di ascoltare e accompagnare. Ai ragazzi dobbiamo chiedere impegno, rispetto delle regole e consapevolezza delle loro scelte, ma dobbiamo anche consentire loro di sbagliare e accompagnarli nel percorso di crescita.

Una delle cose che ho detto agli studenti incontrandoli all’inizio dell’anno è proprio che sbagliare fa parte del crescere. La scuola deve essere il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze e competenze, naturalmente, ma anche quello nel quale si impara progressivamente a diventare adulti, a confrontarsi con gli altri e ad assumersi le conseguenze delle proprie scelte.

Ad Asola sono arrivato però con una convinzione molto precisa: prima di definire qualsiasi percorso bisogna conoscere. Sto quindi dedicando questa prima fase soprattutto all’ascolto delle persone e alla comprensione di una realtà scolastica complessa e articolata. Una sfida sicuramente importante che intendo affrontare con attenzione, rispetto e spirito di collaborazione.

Come si rapporta con insegnanti e personale scolastico che hanno un’età superiore alla sua?

Con assoluta naturalezza. L’età anagrafica e il ruolo professionale sono due piani diversi. Essere dirigente comporta responsabilità precise che devo assumermi indipendentemente dall’età, ma questo non significa pensare che il ruolo renda automaticamente più esperti delle persone con cui si lavora.

Nella scuola che dirigo ci sono docenti e membri del personale che hanno alle spalle tanti anni di esperienza e considero questo un’importante risorsa. Credo che un dirigente debba sicuramente saper decidere, ma anche saper ascoltare e valorizzare le competenze presenti nella propria organizzazione.

L’autorevolezza, del resto, non deriva soltanto dal ruolo: va costruita quotidianamente attraverso coerenza, competenza, disponibilità e capacità di assumersi le proprie responsabilità.

La sua strada professionale l’ha portata molto lontano da Vasto e dall’Abruzzo. In futuro vorrebbe tornare nel suo territorio d’origine per mettere a disposizione l’esperienza maturata?

Il legame con l’Abruzzo rimane molto forte. Con Vasto sicuramente, ma anche con i miei paesi d’origine, Torrebruna e Carunchio. È il territorio nel quale sono cresciuto e dove si trovano le mie radici, gli affetti e una parte importante della mia storia personale.

Ho sempre portato con me con grande orgoglio le mie origini abruzzesi e chi mi conosce bene lo sa. Qualche anno fa un collega mi disse: “C’è una cosa che apprezzo molto di voi abruzzesi: siete abituati a rimboccarvi le maniche e, quando prendete un impegno, lo portate fino in fondo. E poi avete anche una bella testa dura!”. Mi fece sorridere, ma quella frase mi è rimasta impressa perché, nel mio piccolo, credo di riconoscermi molto in questo modo di essere.

Dalla mia terra credo di aver ricevuto proprio questo: il valore del lavoro e del sacrificio, la concretezza, l’impegno e quella tenacia che porta a non arrendersi facilmente davanti alle difficoltà.

La Lombardia mi ha dato e continua a darmi moltissimo dal punto di vista professionale. Qui ho maturato una parte significativa della mia esperienza nella scuola e oggi ho la responsabilità di dirigere un istituto importante e complesso. In questo momento, quindi, il mio impegno e la mia attenzione sono pienamente rivolti alla comunità scolastica che mi è stata affidata.

Mi farebbe certamente piacere, un giorno, poter mettere anche al servizio del territorio nel quale sono cresciuto l’esperienza che sto maturando altrove. Ma è una prospettiva che appartiene al futuro: oggi sento soprattutto la responsabilità di fare bene il lavoro che mi è stato affidato ad Asola.

Quale messaggio o consiglio vuole dare a chi oggi intraprende una strada non facile e spesso segnata dal precariato come quella dell’insegnamento?

Non mi sentirei di dare ricette, perché conosco bene quanto possano essere differenti le situazioni personali e professionali di chi entra oggi nella scuola. Il precariato, gli spostamenti e l’incertezza possono rendere questo percorso molto difficile. È una fase attraverso la quale sono passato anch’io.

Posso però dire ciò che è servito a me: continuare a formarmi, non considerare mai un’esperienza come inutile e cercare di trasformare anche le difficoltà in occasioni per acquisire nuove competenze.

La scuola offre molte possibilità, ma richiede pazienza, disponibilità a mettersi in discussione e una formazione che non può concludersi con il conseguimento di un titolo o con l’ingresso in ruolo. E soprattutto consiglierei di non perdere di vista la ragione per cui questo lavoro esiste: i ragazzi.

Al di là delle procedure, dei concorsi, delle graduatorie e degli adempimenti, il senso del nostro lavoro rimane contribuire alla loro formazione. È una responsabilità molto grande, ma è anche ciò che rende questo mestiere così importante.

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