Simone Marchesani lo ha fatto ancora: percorsi in bici i 1.382 km della “Wild Atlantic Way” in Irlanda

Forse è troppo azzardato chiamarle “sfide”. Simone Marchesani parte sempre all’avventura per conoscere nuovi e incantevoli posti, ma mai da impreparato. Dietro alle migliaia di chilometri percorsi negli ultimi anni, in giro per l’Europa, c’è a tavolino uno studio certosino. Potendo pescare nell’infinito oceano di informazioni di internet, ma non solo, così è stato per il Trentino nel 2021, per il 2022 in Norvegia, nel 2023 in Islanda, due anni fa in Scozia e l’estate scorsa in Lapponia.

Il quarantottenne avventuriero di Vasto, ormai pescarese d’adozione, tra fine maggio e inizio giugno si è tolto lo sfizio di regalarsi altre due settimane indimenticabili, insieme alla sua bike “Torpado Nearco 27.5” del 2016. Sia chiaro, prima di ogni viaggio non manca mai una minuziosa revisione, cambiando ruote, catene e tutto l’occorrente per non avere guai irreparabili durante il viaggio. Due anni fa ci aveva raccontato i 1.000 km in bici nei 10 giorni scozzesi (leggi), nel 2025 una parte del “Kungsleden” (“Il Sentiero del Re”), all’interno del circolo polare artico in Svezia, a piedi con i 200 km percorsi in 8 giorni (leggi). Un mese e mezzo fa ha scelto di nuovo la bici per la nuova avventura, questa volta scegliendo l’Irlanda per percorrere circa il 60% della “Wild Atlantic Way”. Un percorso totale di 2.500 km: Simone, in 13 giorni, ne ha percorsi ben 1.415. Come già successo nelle precedenti avventure, si è preparato senza il supporto di un personal trainer, allenandosi in bici lontano dagli orari lavorativi e scegliendo, come sempre, l’area vestina per i suoi chilometri quotidiani.

La partenza da Roma il 26 maggio, con destinazione Dublino, dove è iniziato il cammino irlandese. Salutato l’insolito caos cittadino della mattina, il primo passaggio di rilievo è a New Ross, dove le pedalate sono accompagnate da murales, mucche, pecore, cavalli e scoiattoli fugaci. Dopo tre giorni l’arrivo a Cork, a oltre 300 km da Dublino, dove, in serata, per smaltire le fatiche Simone si è gustato un’Irish Beef (la carne irlandese) accompagnata da una birra “Guinness”. Il viaggio vero inizia con il passaggio da Kinsale, «una vera bomboniera», sottolinea Marchesani, con il quinto giorno che viene letteralmente catturato dalla bellezza del “Mizen Head”, «posto incantevole che va ben oltre ogni immaginazione, qualcosa di meravigliosamente irlandese».

Qui Guglielmo Marconi (di madre irlandese, Annie Jameson), all’inizio del ’900, fece installare una stazione radio per ricevere e inviare segnali su tutto l’Atlantico. Purtroppo lì arrivò il segnale sos del Titanic e il successivo disastro. Tra il sesto e il settimo giorno un meritato giorno di riposo dopo i primi 600 km di pedalate, godendosi un paio di attività extra. L’escursione in kayak per l’avvistamento delle foche, poi il bagno caldo a 38° con le alghe in delle botti singole: «Mi sono goduto appieno le due attività, come piace a me, esperienze inusuali ma non da tutti i giorni, di quelle che ti restano dentro a vita. Come sempre dico, almeno una volta nella vita andrebbero fatte». Archiviato il riposo, la ripartenza, una media di 100 km giornalieri, inizialmente con temperature anomale vicine ai 28°, poi il ritorno alla normalità irlandese con i 15° gradi, ma soprattutto pioggia e vento: «Nella parte dell’Atlantico, a ridosso delle Kerry Cliffs, ho pedalato con raffiche di vento che sfioravano i 50 km/h. Non è stato facile, ma sono esperienze che, ripeterò all’infinito, sono felicissimo di poter vivere sulla mia pelle e raccontare. Non nascondo però che il sole enfatizza al massimo tutti i colori dei miei viaggi: vedere l’Oceano dipinto d’azzurro è un’altra emozione indescrivibile».

Uno dei suoi compagni di viaggio è il borsone da quasi 40 kg, dove c’è tutto il necessario, compresa una catena cambiata dopo quasi 700 km di pedalate. Senza dimenticare reflex, drone e GoPro: «Non ho potuto immortalare tutto lo splendore che mi ha circondato, ma poco importa. L’Irlanda è la patria del meteo mutevole e ho accettato serenamente tutto ciò che mi ha offerto nel percorso». Proseguendo l’avventura, il passaggio in un altro punto nevralgico della “Wild Atlantic Way”, la penisola di Dingle, arrivando a Conor Pass e toccando l’altitudine massima (400 metri sul livello del mare) dell’esperienza irlandese: «Bellissima, emozionante e spettacolare».

La fine del viaggio si avvicina sempre di più, ma i racconti sono ancora tanti, come la visita alle Doolin Cave: una grotta sotterranea scendendo fino a 70 metri, dove si è creata una stalattite di 7 metri di altezza. Poi il passaggio nel territorio del Burren, altro punto nevralgico dell’esperienza, con la spianata lavica. Una buona parte della “Wild Atlantic Way” è stata teatro del film “Star Wars – The Last Jedi”, come il Dunmore Head. Rispetto alle precedenti esperienze, i pernotti nei tredici giorni sono stati sicuramente meno “wild”, potendo dividersi tra B&B e famiglie irlandesi che lo hanno accolto nelle loro case anche solo per una notte.

«A Ferns – racconta un emozionato Simone – ho ricevuto un’inaspettata, ma soprattutto meravigliosa, accoglienza dalla signora Marian: una cena che non dimenticherò mai. La signora, con mio grande stupore, aveva comprato tutti prodotti italiani per farmi sentire più a casa. L’ho ringraziata e le ho insegnato qualche dettaglio della cucina italiana. In quella cena c’è stata un’infinita umanità tra due persone che, pur stando a contatto per qualche ora, hanno creato un legame indissolubile e tangibile». Le “Scogliere di Moher” raccontano una bellezza inspiegabile: «Ogni paesaggio va ammirato con gli occhi giusti. La solitudine che mi accompagna è un compagno di viaggio prezioso per pensare, realizzare e godermi la natura in tutto il suo splendore». Nel dodicesimo e penultimo giorno la tappa più lunga, con 130 km percorsi, avvicinandosi alla fine del viaggio con il passaggio a Derry, il ritorno a Dublino e toccando il personale traguardo dei 1.415 km.

Il “decennale” della sua Torpado, acquistata nel 2016, lo ha festeggiato in una nazione con tanti chilometri di strade ciclabili e super segnalate, un assist prezioso per l’avventuriero vastese. In Irlanda si è regalato più attività extra rispetto alle pedalate, mescolando tratti con più vita quotidiana a momenti di solitudine, proprio come piace a Simone. Ogni esperienza lascia quel pizzico di amarezza alla fine dell’ultima pedalata, ma anche i quasi 1.400 km irlandesi sulla “Wild Atlantic Way” hanno riempito cuore e anima del quarantottenne di Vasto: «La fine del viaggio rappresenta lo scollinamento di tanto impegno, allenamento, studio, dedizione e attenzione nel pianificare prima e rendere reale poi il mio progetto personale. L’orgoglio è ancora tanto perché quando ti siedi per pianificare il cammino tutto ti sembra di difficile realizzazione, poi chilometro dopo chilometro quelle fantasie si trasformano in realtà ed ecco che il mio motto “Start Your Impossible” è più vivo e reale che mai».

Un viaggio, come i precedenti, raccontato tra articoli e post sui social (la sua pagina personale è “Simon Nordic Experiences”), non per trovare compagni di viaggio (per lui in queste esperienze «la solitudine è sacra»), ma per spingere tanti altri a tuffarsi nel mondo “avventuriero”. L’amore di Simone Marchesani verso i paesi nordici non conosce confini. Salutata l’Irlanda e rientrato in Italia, ha già iniziato a fantasticare sul prossimo viaggio. Sarà un’altra fantasia da trasformare in splendida avventura, a piedi o in bici.

https://chiaroquotidiano.it/2025/08/04/simone-marchesani-racconta-lultima-avventura-percorsi-a-piedi-200-km-del-kungsleden-in-lapponia/
https://chiaroquotidiano.it/2024/06/26/1000-km-in-bici-in-10-giorni-lesperienza-in-scozia-di-simone-marchesani/

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