Il musicista vastese Fabio Neri e il titolare del locale al centro degli ultimi controlli della polizia di Stato, Alessandro Mormile, intervengono dopo la pubblicazione del comunicato stampa inviato dalla questura di Chieti.
«Davvero avremmo evitato volentieri tutta questa polemica, ma le precisazioni, oltre che per amor del vero, sono doverose per tutelare quello che da parte nostra è stato sempre un atteggiamento professionale e rispettoso per ogni regolamento, per le forze dell’ordine e soprattutto per le persone che usufruiscono direttamente o indirettamente del nostro intrattenimento, siamo noi in primis a evitare che si creino situazioni irrispettose e fuori controllo, di conseguenza leggere una descrizione di un verbale oltremodo fuorviante rispetto a quella che era l’esibizione e il suo consequenziale impatto sonoro, con dettagli non esatti e soprattutto reso irrispettosamente pubblico ci ha scaraventato in un misto di rabbia e sconcerto».

«Il video da noi pubblicato della serata dimostra infatti la reale dimensione in cui ci trovavamo che come si può palesemente notare non coincide con la descrizione data da chi quella sera ha messo per iscritto la sua visione delle cose. Detto questo davvero rispettiamo il lavoro delle forze dell’ordine e quello dei giornalisti che hanno semplicemente riportato un comunicato stampa, e se in qualche modo ci sono davvero irregolarità siamo pronti a prenderne atto, ma dopo tanti anni di esperienza ci fa male passare per qualcosa che non siamo mai stati, tutto questo non fa bene sicuramente alla musica e alla cultura in generale, ma anche a tutto l’indotto perché crea un precedente antipatico e demotivante per tutte le attività del territorio».
«Di seguito facciamo nostre le parole del maestro Auro Zelli. “Non si tratta qui di difendere un singolo evento musicale, né di invocare eccezioni a presunte regole: si tratta, piuttosto, di osservare con sguardo lucido come, nel contesto normativo e sociale odierno, la manifestazione culturale venga trattata non più come presidio di civiltà, ma come elemento di disturbo. La cultura, dunque, retrocede da spazio condiviso a potenziale fattore di rischio. La Cultura, nel suo nucleo profondo, non è mai comoda. È dissonante, talvolta irriverente, ma essenziale. Relegarla a fattore marginale, o peggio ancora trattarla come fastidio, è una forma di impoverimento collettivo che non produce silenzio: produce assuefazione”».







