Oggi non parlo come sindacalista della categoria dei metalmeccanici, ma come cittadino di Casalbordino e, soprattutto, come uomo. Il contratto e il settore della polveriera non rientrano nelle competenze che rappresento. Ci sono tragedie davanti alle quali il silenzio diventa complicità e non è più accettabile.
Le parole pronunciate da don Silvio Santovito, raccolte attorno alla domanda Quanto vale una vita?, hanno dato voce al dolore di un’intera comunità. Non sono parole contro qualcuno: sono parole a favore della vita. E quando un parroco, dopo aver celebrato funerali, consolato vedove, abbracciato figli rimasti senza padre e genitori distrutti dal dolore, sente il dovere morale di rompere il silenzio, significa che non è più possibile voltarsi dall’altra parte.

Nel 2012 avevamo cercato di aprire una riflessione seria sulla sicurezza e sul futuro della polveriera. Erano proposte concrete per evitare che il lavoro continuasse a trasformarsi in tragedia. Ma la forza degli interessi economici, il peso delle strategie legali e una politica troppo spesso impegnata a difendere equilibri invece che persone hanno soffocato ogni possibilità di cambiamento. Quattordici anni dopo siamo ancora qui. Ancora a piangere lavoratori. Ancora a celebrare funerali. Ancora a pronunciare parole di cordoglio che diventano vuote se non sono accompagnate da scelte coraggiose.
Non possiamo più limitarci a parlare di fatalità. Quando in pochi anni una fabbrica conta tre gravissimi incidenti e sette lavoratori perdono la vita, non siamo più davanti a una tragica coincidenza. Siamo davanti a una questione che riguarda tutti: istituzioni, politica, impresa e società civile. Casalbordino non può essere conosciuta come il luogo dove periodicamente si contano i morti sul lavoro. Questo territorio merita sviluppo, occupazione e investimenti, ma non può continuare a convivere con un modello produttivo che produce lutti, paura e sofferenza.

Lo dico con rispetto verso i lavoratori, che non sono il problema ma le prime vittime di questa situazione. Nessuno vuole lasciare senza lavoro centinaia di famiglie. Al contrario, proprio perché il lavoro è un diritto costituzionale, esso deve essere sicuro, dignitoso e orientato alla vita, mai alla morte. Non è una battaglia ideologica: è una battaglia di civiltà. Un territorio che vive di turismo, agricoltura, ambiente e qualità della vita non può continuare a portare sulle proprie spalle il peso di una produzione che, oltre a essere intrinsecamente legata alla guerra, ha già pagato un tributo di sangue insopportabile.
Oggi serve coraggio. Il coraggio della politica di decidere. Il coraggio delle istituzioni di assumersi responsabilità. Il coraggio dell’impresa di guardare oltre il profitto. Il coraggio della società civile di non dimenticare quando si spengono i riflettori. Se questa tragedia non riuscirà nemmeno stavolta a cambiare le cose, allora avremo tutti una responsabilità morale che nessuna sentenza potrà mai cancellare.
La vita umana non è una variabile economica. Non è un costo da mettere a bilancio. Non è un rischio da calcolare.
Vale infinitamente di più.
Amedeo Nanni









