“E che problema c’è”: il ricordo di Michele Muratore nella lettera del figlio

Vasto e i vastesi continuano a ricordare con affetto Michele Muratore, storico gestore del distributore Agip di corso Mazzini, scomparso nei giorni scorsi dopo una lunga malattia (leggi). In queste ore la famiglia ha voluto condividere una lettera scritta da uno dei due figli, Daniele, per raccontare “Micchè” e ringraziare quanti hanno manifestato vicinanza e affetto:

“Chiedete e non vi sarà dato”. Racconto in un atto per “Micchè.” Avete capito bene: non vi sarà dato. L’intercalare più utilizzato da papà era il “no”, lo metteva ovunque. “Pasta, vongole e no”. Papà amava una parola più di chiunque altra: no. Piccola, incisiva, sintetica. Per dire sì diceva no. Una parola semplice, che restituisce subito il suo significato, in modo chiaro e diretto, proprio come era lui: una persona che apprezzava il poco e che capivi dal primo istante.

Da sempre ci hanno insegnato: “Chiedete e vi sarà dato”. Per una vita abbiamo chiesto tutto a papà e lui ci ha sempre dato qualcosa in più, come ha fatto con tutti, amici vicini e lontani. Andavi da lui per aggiustare un paio di pasticche e, quando chiedevi, ti rispondeva con la sua frase: “E che problema c’è”. Poi ti dava le pasticche, l’olio, le gomme, la revisione… uscivi praticamente con tutto fatto. Scherzi a parte, era un ottimo e onesto commerciante. Chiedevi e non ti dava quello che avevi chiesto: ti dava quello che era giusto per te.

Per questo oggi siamo qui, tutti, a condividere colui che ci ha trasmesso questo modo di vivere: chiedi e non ti sarà dato quello che cerchi, ma ti verrà consegnato ciò che è giusto. Micchè ci obbliga, ci spinge a fare cose che non avremmo mai fatto in vita nostra. Una di queste è amarlo. Ci attira a sé per restituirci amore. Non lo avevamo chiesto, ma era giusto riceverlo.

Il verbo “eseguire” deriva dal latino exsequi, che significa “seguire fino in fondo” o “portare a termine”. Eseguire vuol dire portare qualcosa fino alla sua completa realizzazione. In sostanza lui: Micchè. Non è finita finché non è finita. Lo ha dimostrato fino agli ultimi minuti. Abbiamo chiesto aiuto a tutti, ogni giorno, durante quest’anno. Lo abbiamo chiesto ai medici, agli infermieri, ai professionisti, ai migliori: persone che dedicano la loro vita agli altri. Quasi mai abbiamo ottenuto quello che chiedevamo, ma abbiamo sempre ricevuto ciò che era giusto in quel momento. Ci hanno accompagnato passo dopo passo e ci hanno dato quello che era naturale, doloroso e devastante.

Anche nell’ultima ora abbiamo chiesto aiuto a due amici, due professionisti, perché pensavamo di poterci fidare per salvarlo, per non farlo soffrire, per alleviare il suo dolore. Forse siamo stati fraintesi: dall’alto del nostro egoismo volevamo papà. E invece gli è stato dato riposo. Non era quello che avevamo chiesto, ma era ciò che era giusto. Come tutti voi che oggi state chiedendo Micchè: non vi verrà dato. Ma avrete ciò che è giusto, l’amore da condividere, come ognuno di voi ha dato a lui.

Vogliamo ringraziarvi tutti, persone vicine e lontane, che avete accompagnato papà fino in fondo. Tutti voi che ci avete seguito e che non avete fatto quello che chiedevamo noi familiari, ma avete eseguito ciò che era necessario per lui e per il nostro bene. Avete camminato accanto a noi con rispetto, senza mai lasciarci soli. Molte delle parole presenti in questo testo le abbiamo ricevute proprio in questi giorni: sono il frutto del nostro rapporto e la sintesi dell’amore che ci avete dimostrato. Grazie a tutti voi. Grazie Micchè. E, come diceva sempre lui: “E che problema c’è”.

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