La questione energetica sta diventando sempre più attuale e pressante, negli ultimi anni soprattutto a causa dei conflitti e degli scenari internazionali. L’Italia ha preso impegni chiari con l’Europa per incrementare la produzione da fonti rinnovabili entro il 2030. Il compito assegnato all’Abruzzo è l’installazione, entro quella data, di impianti per 2,2 GW di potenza da aggiungere a quelli già esistenti.
Oggi i progetti presentati – tra eolici e agro/fotovoltaici – riguardano quasi esclusivamente il Vastese. Ne parliamo con Augusto De Sanctis, storico esponente dei movimenti ambientalisti abruzzesi (Forum Ambientalista e Forum H2O) che da decenni segue e interviene dal punto di vista tecnico nei complessi iter dei progetti, non solo energetici, impattanti.

L’intervista
Innanzitutto, l’Italia come sta affrontando la transizione energetica in considerazione degli obiettivi per il 2030? E l’Abruzzo?
Il paese è in fortissimo ritardo soprattutto a causa degli errori del Governo nel definire un quadro regolamentare adeguato allo sviluppo delle rinnovabili. Negli ultimi anni si sono succeduti decreti contraddittori, che in alcuni casi sono stati anche bocciati dal giudice amministrativo. Inoltre è mancato un coordinamento con le Regioni che, in poco più di un anno, sono state chiamate due volte a definire le aree idonee. Prima dovevano definire anche quelle non idonee ma alla fine la misura è saltata.

Un caos anche per quanto riguarda le modalità di gestione amministrativa dei progetti a scala nazionale, del tutto inadeguata per affrontare la mole di progetti depositati al ministero. Stiamo parlando di circa 2mila pratiche.
Le conseguenze sono ritardi pazzeschi nell’esame dei progetti e dall’altro lato la nascita di un movimento sempre più ampio di rifiuto, a volte immotivato, ma alla fine comprensibile da parte delle comunità locali che si vedono precipitare sul territorio decine di progetti tra di loro non coordinati. Questione non solo di norme, ma di incapacità strutturale dell’ente preposto, il Ministero, che è palesemente inadeguato nell’applicare le pur confuse norme; è incredibile che i dirigenti ministeriali non riescano neanche a rigettare i progetti fatti con il copia-incolla depositati a centinaia.
Certo tutta questa confusione continua a far gioco degli interessi di Eni, Snam e delle altre società fossili. A pensar male…
L’Abruzzo ovviamente non può “salvarsi da solo”, per cui di fatto sconta la situazione nazionale. Certo, anche il governo regionale non si è contraddistinto per capacità di definire in maniera oggettiva: usando le tecnologie cartografiche più avanzate, le aree in cui inserire gli impianti sarebbe meno complicato.
In Abruzzo, stando ai dati e ai progetti presentati a vari livelli (Regione e Ministero), il raggiungimento dell’obiettivo dei 2,2 GW rischia di pesare in larghissima parte sul Vastese. È un “sacrificio necessario” considerata la presenza di numerosi parchi e aree tutelate nel resto della regione? Solo in queste zone c’è la risorsa eolica necessaria?
Vi è certamente un tema di equa ripartizione territoriale, anche perché pure nel Vastese ci sono valori naturalistici e paesaggistici di livello internazionale che possono essere impattati negativamente per via dell’effetto cumulo. Certo, le ampie porzioni di territorio protetto nelle aree interne dell’Aquilano pongono limiti oggettivi allo sviluppo degli impianti.
A volte le scelte sono incomprensibili, come aver vietato ogni tipo di impianto fotovoltaico anche nel Fucino, dove, paradossalmente, sottrarre porzioni di territorio a pesticidi e fertilizzanti industriali diffusi a profusione non sarebbe un errore, fermo restando che gli impianti agrivoltaici consentono anche di mantenere alcune attività agricole se condotti correttamente.

Sull’eolico molti crinali e aree ventose dell’Aquilano sono in aree protette e quindi sottratte allo sviluppo degli impianti. Vi è però un tema più generale, quello della programmazione della priorità sul tipo di impianti. Se si punta sul fotovoltaico, non è necessario concentrarsi per forza nel Vastese. Sempre su questa fonte, esistono vaste aree industriali e artigianali da recuperare. Le cave. I bordi della strade.
Certo non basterebbe. A quel punto bisognerebbe privilegiare l’eolico off-shore sull’eolico in terraferma. Costa di più ma ha meno impatti e consente di costruire impianti di grande potenza.
Quasi tutte le società eoliche, nelle conclusioni dei progetti, affermano che gli impianti avranno ricadute positive sui paesi interessati in termini economici e turistici («il turismo eolico in crescita»). Qual è il suo pensiero su questo?
Si tratta solo di marketing di basso livello. Così come chiamarli “parchi eolici”. Chiamiamoli con il loro nome, impianti industriali per la produzione di energia dal vento. Dobbiamo ragionare da adulti, chiamando le cose per quello che sono. Tutte le attività umane hanno un impatto, anche l’eolico e il fotovoltaico, per cui con i cittadini di questi territori bisogna ragionare a carte scoperte e in maniera oggettiva.
Oggi, se consideriamo solo l’eolico, ci sono 16 piccoli comuni del Vastese coinvolti da 12 progetti in fase autorizzativa [LEGGI], ognuno dei quali dalla modesta potenza. Allo stesso tempo, un impianto offshore di grandi dimensioni in mare aperto raggiungerebbe, da solo, la metà dell’obiettivo. Quale potrebbe essere la soluzione ideale e quali sono le criticità degli uni e degli altri?
Come detto, l’off-shore ha costi di installazione più elevati e, di conseguenza, il costo di produzione per megawattora sarà più alto. Gli impatti noti finora sono in genere più limitati rispetto a quelli in terraferma praticamente su tutte le matrici ambientali, dagli aspetti paesaggistici a quelli naturalistici. L’Italia è un Paese con alta densità di popolazione, beni culturali e naturalistici diffusi. Difficile inserire un numero di impianti adeguato per raggiungere i target di potenza assegnati, almeno se parliamo di eolico.

Realisticamente qualche impianto andrà autorizzato, perché abbiamo una responsabilità sia per la crisi climatica sia nei confronti delle decine di migliaia di cittadini italiani che ogni anno muoiono a causa degli impatti locali dell’inquinamento da fossili. Alcuni dicono «la crisi climatica la risolvano gli altri Paesi». A parte che noi abbiamo emissioni pro-capite, anche per quelle storiche, ancora troppo elevate anche in confronto con tanti altri Paesi. Poi, faccio notare che i cinesi lo scorso anno hanno installato, pro-capite, il doppio di rinnovabili rispetto all’Italia. Giusto per dire la rivoluzione che è in corso.
Certo però non si può far diventare il Vastese una distesa di pale eoliche industriali.
Dopo l’archiviazione chiesta dalla società, resta in campo solo un grande progetto offshore, davanti anche alla costa vastese. Il sindaco Francesco Menna si è già detto “non favorevole”, non è un controsenso cercare di attirare l’investimento Renexia per la produzione di aerogeneratori offshore e dirsi contrario, poi, all’installazione di impianti simili davanti a 30 km dalla “propria” costa?
Si tratta di contraddizioni palesi che nascondono il tentativo di parlare esclusivamente alla pancia della popolazione. I posti di lavoro della fabbrica vanno bene, peraltro con un consumo di suolo estremamente rilevante – si parla di decine di ettari di aree agricole dove localizzare l’opificio – l’impianto eolico no perché, seppur localizzato a decine di km dalle spiagge, avrebbe effetti sul paesaggio della costa, quel litorale che la stessa amministrazione Menna da anni e senza remore riempie con ogni tipo di manufatto stravolgendone i residui valori paesaggistici.

Passando al fotovoltaico/agrivoltaico, il presidente della commissione regionale Agricoltura, Nicola Campitelli, ha annunciato l’avvio dell’iter per un nuovo decreto sulle aree idonee. Tra le ipotesi c’è l’inserimento della non redditività di un terreno agricolo quale discriminante per consentire l’installazione di pannelli. È d’accordo?
Campitelli era lo stesso che magnificava il precedente provvedimento varato poco più di un anno fa, nato già vecchio perché tutti si aspettavano una bocciatura del decreto nazionale che assegnava alle Regioni il compito di individuare anche le aree non idonee. Un provvedimento che aveva incluso l’intero Fucino tra le aree non idonee.
Ora è costretto a intervenire di nuovo. Non sono d’accordo con la proposta per vari motivi. In primo luogo non si può ridurre tutto a una questione economica, peraltro fissando criteri di economicità che magari vanno bene ora ma che tra un anno rischiano di essere stravolti sia per le modifiche nelle produzioni agricole sia per l’introduzione di nuove tecnologie nel fotovoltaico.

Esistono poi tanti altri criteri che devono essere valutati. Ad esempio, un impianto agrivoltaico può convivere con alcune attività agricole che possono essere condotte sotto i pannelli. In alcuni casi, se ben progettati e condotti, possono contribuire a far diminuire l’input di pesticidi, cosa che dovrebbe essere vista come priorità anche in Abruzzo vista la diffusione di questi contaminanti nelle acque. E così via. Insomma, il tema è molto più complesso.
I numerosi movimenti ambientalisti in Italia sostengono, citando dati Ispra, che è possibile raggiungere gli obiettivi della transizione solo con il fotovoltaico su superfici impermeabilizzate già esistenti (tetti, capannoni, coperture varie, parcheggi ecc.) risparmiando i terreni. È così?
No, perché avremmo dovuto imporre obblighi di realizzazione degli impianti sui tetti anni fa. Per dire, io proposi al Comune di Pescara di imporre i pannelli nel regolamento edilizio comunale già venti anni fa, senza essere ascoltato. Oggi non possiamo pensare di installare i giga di potenza necessari entro il 2030 con impianti così frammentati, anche per una mera ragione di costi di progettazione, componentistica. Ogni capannone ha la sua geometria, le sue caratteristiche costruttive a cui adattare l’impianto.
Poi, immaginiamo le linee da realizzare per collegarli ecc. Vogliamo parlare poi di mettere d’accordo 50 proprietari, con le relative clausole contrattuali? Se fossi un investitore non metterei mai i miei denari in un impianto frammentato in decine di siti con decine di interlocutori. Bisogna essere anche pratici.
L’Abruzzo ha ottenuto quasi 17 milioni di euro dal Pnrr per la realizzazione di due centrali per produrre idrogeno verde nelle aree industriali dismesse. Una di queste è localizzata nel sito Arap dell’ex Cotir di Vasto. Al netto del punto interrogativo sulla possibilità di terminare entro le scadenze previste i lavori che ancora non iniziano, che peso dà al contributo che potrebbe arrivare dall’idrogeno?
Mi sembrano soldi mal spesi. L’idrogeno non è una fonte energetica ma un solo un vettore, una sostanza in cui “stoccare” temporaneamente energia prodotta da altre fonti. Per la legge della termodinamica, è un processo non efficiente. Magari per alcuni tipi di industria che hanno bisogno alta densità energetica potrebbe andar ancora bene se l’energia per produrre l’idrogeno viene dalle rinnovabili, ma oggi esistono le batterie (Bess) che sono molto efficienti e costano molto meno per stoccare l’energia delle rinnovabili.
In ogni caso non incide in alcun modo sugli obiettivi di potenza da installare.
Altre importanti risorse Pnrr sono destinate alla produzione di biometano dai rifiuti. Sono stati finanziati due progetti simili a Lanciano (già ultimato) e Valle Cena a Cupello. Entrambi puntano a produrre annualmente circa 3,5 milioni di metri cubi di metano dal trattamento di oltre 40mila tonnellate di rifiuti. Non c’è il rischio che la disponibilità di frazione organica per entrambi gli impianti non sia sufficiente e bisognerà ricorrere a rifiuti da fuori regione?
Con ulteriori emissioni di gas serra per il trasporto, mi verrebbe da dire… da compensare con altri impianti. Anche in questo caso, mi pare vi sia un deficit di programmazione e di priorità.
Ne approfitto per ricordare che non dobbiamo solo installare potenza per produrre energia rinnovabile, che è certamente fondamentale, ma dobbiamo puntare molto sul risparmio di energia e sull’efficienza. Stili di vita più sobri e meno consumistici, meno plastica, un massiccio ricorso a tecnologie per l’efficienza. Per dire, ho staccato il gas da casa da un paio di anni non solo puntando sulla produzione da pannelli, ma anche coibentando la struttura per evitare la dispersione energetica. Anzi, l’intervento principale è stato quest’ultimo, con grandi risultati.
Se poi penso che sempre in provincia di Chieti il Governo ha approvato l’estrazione di gas fossile a Bomba, che produrrà 4 milioni di tonnellate di Co2, siamo alla pura schizofrenia.
Restando in ambito rifiuti, verso quale modello bisognerebbe puntare? Voi, ad esempio, vi state opponendo al termovalorizzatore di Sulmona, ma siete critici anche nei confronti del modello-discariche, cioè continuare a interrare in una buca l’immondizia non riciclabile. Insomma, quale sarebbe la strada ideale?
Il nome corretto è inceneritore, perché, sempre per richiamare le leggi della termodinamica, incenerire i rifiuti che devono essere recuperati (e magari non prodotti proprio) comporta una perdita netta di energia. Quindi non si valorizza alcunché, anzi.
Il faro da seguire non è un sogno di qualche ecologista, ma la direttiva comunitaria che dal 2008, quasi due decenni or sono, ha fissato la gerarchia dei rifiuti. Primo: non produrli. Secondo: riutilizzo. Terzo: riciclo.
Cosa si sta facendo per perseguire i primi tre punti? Praticamente zero, anzi, siamo bombardati da messaggi in direzione contraria. Consumare, consumare, consumare.
Davanti alle periodiche crisi energetiche, torna d’attualità il dibattito sul nucleare. Cosa ne pensa, la tecnologia non ha fatto passi in avanti per avere centrali più sicure?
I problemi del nucleare sono sempre gli stessi. Non esistono nuove tecnologie mature a scala industriale. I costi sono elevatissimi. Sono catafalchi superati dalle altre tecnologie. Un impianto fotovoltaico si installa e si smonta in poche settimane. Costa pochissimo. Se pure lo bombardi non accade nulla. I pannelli sono riciclabili., Tra poco usciranno i pannelli di nuova generazione che avranno performance ancora migliori. Le batterie sono già realtà e consentono di risolvere il problema dell’intermittenza della produzione da rinnovabili,
Infine, ai nuclearisti ricordo sempre che non possono chiudere il ciclo perché non sanno che fare delle scorie. Basta dire che ancora non si capisce come comunicare, con quale linguaggio o segno, agli uomini che vivranno su questo Pianeta tra 50mila anni che non si devono avvicinare a un deposito di scorie che rimarranno pericolose peer centinaia di migliaia di anni. Per l’unico deposito esistente al mondo, in Finlandia, hanno usato il trucchetto di certificarne la sicurezza per 500 anni. Come sostenere che Colombo potesse prevedere l’invenzione della bomba atomica…
Pretendere di controllare il futuro tra 500 anni dice tutto di quanto siano degli apprendisti stregoni, visto che gli stessi finlandesi non hanno saputo prevedere l’esplosione dei costi della costruzione della loro nuovo centrale nucleare.
Tra l’altro, l’industria nucleare è al palo, mentre eolico e soprattutto il solare stanno esplodendo. Chi appoggia il nucleare è un irresponsabile o un affarista che vuole sottrarre risorse pubbliche.









