“Marina Abramovic e l’arte vera”, Bianca Campli ricostruisce le storie delle grandi artiste

Sabato 5 aprile, si è concluso il ciclo di conferenze Ritratti d’artiste organizzato dai Club Unesco di Vasto e Chieti e in collaborazione con i licei artistici di entrambe le città, al Polo liceale “Pàntini Pudente” di Vasto. L’appuntamento previsto per Chieti al liceo “Nicola da Guardiagrele”, è il 7 aprile alle ore 10.

Bianca Campli, storica dell’arte, accolta  e introdotta dalla preside Anna Orsatti, dall’assessore del Comune di Vasto Paola Cianci e dalla presidente Unesco di Chieti, Cinzia Di Vincenzo, con la chiarezza e la preparazione che le competono, ha illustrato ai ragazzi le dimensioni umane e artistiche di alcune delle donne che hanno fatto la storia. Dell’arte ma non solo.

Frida Kahlo, Camille Claudel e infine l’artista serba Marina Abramovic. Tutte artiste che hanno dato voce e forma ai corpi, «forme che trasformano il corpo e il corpo che trasforma l’arte» ha esordito Campli di fronte ad una platea attenta di ragazzi e docenti e dei membri del club Unesco. Nella sua introduzione all’arte della protagonista dell’appuntamento, un excursus sul corpo che si fa arte; dalla Body Art antica dei Moko Maori e alle scarificazioni, al senso della raffigurazione sul corpo della propria storia e del proprio vissuto, alla rivendicazione del ruolo dell’artista che nel 1400 rappresenta se stesso, quasi a voler rivendicare il suo ruolo intellettuale e la sua identità, Durer, Leonardo, Botticelli.

Il percorso si è poi snodato avvicinandosi alla contemporaneità, nelle storie delle sue espressioni  attraverso, Duchamp, poi la Action Painting di Pollock, la danza che ha liberato il corpo e le danzatrici che ne hanno stracciato “i corsetti” da Isadora Duncan a Martha Graham e Pina Bausch. L’approdo alla Performer Art è stato graduale, attraverso l’arte provocatoria di Orlan, l’artista che indossò una sorta di bancomat come corazza e ad ogni monetina inserita, dava un bacio ai visitatori, fino ad arrivare a lei, l’artista più discussa che, in Rhythm 10 ad Edimburgo cominciò puntando il coltello sulle dita delle mani, cambiando coltelli, tracciando i fogli con le ferite.

Era già chiaro sin da allora che l’arte e le performance avrebbero acquisito quel realismo in cui l’artista si relaziona con lo spettatore, il museo diventa dinamico, l’arte e l’umanità si realizzano. Marina Abramovic, nelle parole sapienti di Bianca Campli che, come ha ribadito la preside Anna Orsatti, narrano con passione, dell’arte e della vita, ha incuriosito gli alunni coinvolgendoli con le immagini e le parole, nelle performance più ardite e più commoventi dell’artista che ha provocato e intessuto la sua vita e la sua storia con l’opera d’arte. Dolore, amore, offesa, storia; come quando per protesta nei confronti della guerra dell’ex Jugoslavia ha dato luogo, alla Biennale di Venezia nel 1997, ad uno spettacolo di crudeltà e sofferenza Balkan Baroque che doveva scuotere le coscienze dei suoi connazionali, circondandosi, vestita di bianco, di ossa maciullate di bovino che lei cercava di ricomporre spazzolandole dai brandelli. Opera d’arte che diventa sempre più vita, come in quella relation works tra il 1977 e il 1988, che ha coinvolto il suo grande amore, Ulay, per diversi anni, fino a quando si sono lasciati sulla Grande Muraglia Cinese, percorrendola tutta dai lati opposti, per incontrarsi e dirsi addio. Si rividero in un’altra performance nel 2012 a New York quando, Marina Abramovic si ritrovò di fronte Ulay come uno spettatore qualunque, con l’unica differenza che il sentimento e il dolore riaffiorarono nelle sue lacrime e l’arte, come la vita, ha dimostrato tutto l’amore che li aveva legati.

Marina Abramovic, ha concluso Bianca Campli, ha sempre ribadito, facendo sue le parole di Piero Manzoni: «Non importa se l’arte sia brutta o sia bella, deve essere vera». 

Rosita Paganelli

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